Distanza: 6,5 km – Dislivello: 250 m – Difficoltà: media
Tanti, viaggiando in macchina verso la Valserra, avranno notato la bellezza — quanto l’apparente inaccessibilità — degli speroni rocciosi che si immergono nel fitto bosco, proprio dove la valle si stringe e diventa angusta, silenziosa, inabitata. Ecco: il nostro obiettivo oggi era proprio questo. Esplorazione. E così è stato. C’è pure Jac, che non vedevamo da un po’ in versione scarponi. And, invece, in tenuta da Indiana Jones. Non manca nulla.
Parcheggiamo la macchina nei pressi de "La Forcella" e imbocchiamo una strada sterrata di servizio che lascia la provinciale e scende nella valle, costeggiando i terreni di una casa isolata. In breve tempo raggiungiamo un colossale ponte che scavalca ferrovia e torrente — un’opera quasi fuori scala, che ricorda un ponte autostradale più che qualcosa adatto a questa valle nascosta. Da lì, le strade potrebbero già dividersi: una scende verso il fiume, proseguendo fino alle suggestive gole del Serra; l’altra sale verso località "Lo Schioppo", nostra meta teorica.
Non ci facciamo intimidire da un cancello chiuso e da cartelli di proprietà privata: si passa. Proseguiamo su una carrareccia sassosa dal colore rossastro, immersi nell’ombra del bosco, mentre iniziano a circolare i primi racconti fantastici su un’antica popolazione che abitava queste zone. Dopo una serie di tornanti, arriviamo a un bivio. Salire? Esplorare? Jacopo prende l’iniziativa: si prosegue a mezza costa.
Attraversiamo un uliveto ancora in uso, almeno in parte, in corrispondenza della casa “Bernano”, riportata nelle vecchie cartine IGM. Il sentiero è sempre meno marcato, ma seguiamo le flebili tracce lasciate probabilmente da cacciatori. Il paesaggio alterna lecci, piccole radure, un primo rudere. Superiamo un costone roccioso imboccando una discesa, aprendo il varco tra rovi, rampicanti e pungitopi. Il sentiero è ancora visibile, seppur a tratti. Ci arrampichiamo nell’ultimo tratto di sottobosco, sempre più fitto, fino a raggiungere una vecchia fornace da calce, completamente abbandonata.
Ma non ci fermiamo. Vogliamo scoprire dove conduce il sentiero. Arriviamo a uno spiazzo. Pausa. Ci orientiamo. E capiamo che forse è inutile proseguire oltre. L’Eremo di San Francesco, ciò che cercavamo, si trova più indietro — in corrispondenza del costone roccioso che avevamo superato poco prima. Prima che torniamo indietro, all'altezza dello spiazzo, con curiosità deviamo su un piccolo viottolo che scende e poi risale su un altro sperone. E lì, con sorpresa, troviamo un secondo rudere, di buone dimensioni, completamente addossato alla roccia. Le mura perimetrali sono ancora leggibili, anche se immerse nella vegetazione. Ci stupisce come l’uomo abbia potuto costruire in luoghi tanto impervi. Ma non è nulla, in confronto a ciò che ci aspetta.
Torniamo sul sentiero principale e da lì scendiamo fuori traccia nel bosco, aiutati solo dalla posizione GPS dell’eremo e da un costone da seguire come riferimento. Sono appena 200-300 metri, ma diventano un’odissea tra rovi e spine. Il luogo è descritto come "pressoché inaccessibile", e non è un’esagerazione. Ma noi volevamo arrivarci per forza. E ce l’abbiamo fatta. Sulla roccia sono incisi nomi e date di chi, prima di noi, ha compiuto questa piccola impresa — come fosse il Monte Everest. L’eremo è quasi del tutto scomparso, ridotto a un'apertura scavata nella roccia, con pietre sparse all’interno. Tuttavia, da lì si apre una vista inedita sulla gola del Serra e sullo sperone dove eravamo poco prima.
È il momento di risalire. E a confronto, sembra davvero una passeggiata. Pochi minuti e siamo di nuovo sul sentiero. Da lì, saliamo sopra il costone fino a una piccola radura che sembra sospesa al centro della gola. La vista è incredibile: il dirupo sotto di noi, Acquapalombo che la tocchiamo con un dito, gli altri paesi della valle più a nord e, dietro, le montagne rocciose, minacciose e belle. Si sta facendo tardi. È mezzogiorno. È ora di tornare.
Riprendiamo la strada al contrario. Il verde, il vento fresco, le nuvole alte: tutto sa di tarda primavera, o inizio autunno. Non certo del 2 agosto. Ci concediamo una pausa tra le more, e un’ultima tappa al torrente, dove scorre ancora acqua fresca. E non è affatto scontato, a inizio agosto. Pochi minuti e siamo di nuovo alla macchina.